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IL VERO FRANCESCO D'ASSISI E GIOTTO


RECENSIONE

del  libro

La vita di San Francesco dipinta da Giotto ad Assisi






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La popolarità di Francesco d'Assisi ha trovato nei secoli pochi eguali all'interno del mondo cristiano ed essa permane intatta nel nostro tempo "scristianizzato". Evidentemente, la molteplicità dei temi contenuti nella sua "leggenda" ne permette l'appropriazione e l'interpretazione a culture molto diverse. Umberto Maria Milizia commenta nel suo libro "Struttura di una leggenda. La vita di San Francesco dipinta da Giotto ad Assisi" (ed. Artecom, Roma 2002), la rappresentazione di ventotto episodi della vita di san Francesco ad opera di Giotto nella basilica superiore di Assisi, tratti dalla "legenda maior", la versione ufficiale della vita di Francesco, scritta da Bonaventura da Bagnoregio, generale dell'Ordine francescano dal 1257 al 1274. Già questo elemento conferma l'affermazione dell'autore riguardo alla natura collettiva di questo ciclo pittorico: sia al livello esecutivo per la presenza, ovvia in un'impresa di tali dimensioni, della mano di altri pittori, sia al livello ideativo, condizionato dalle scelte tematiche operate dall'Ordine.


Il ciclo disposto da sinistra a destra, passando per la porta d'ingresso, è composto da tre gruppi: gli episodi di Francesco senza l'Ordine, quelli con l'Ordine e il santo, ed infine l'Ordine che continua Francesco. E' evidente da questo schema il fine principale di questi affreschi: proporre un'interpretazione di Francesco che lo faccia coincidere con l'istituzione ecclesiastica che a lui si richiama. Sappiamo che tutto ciò è una mistificazione: l'Ordine dei frati minori si oppose vigorosamente e con successo alla volontà di Francesco, mentre lui stesso era ancora in vita. Egli ebbe allora la "tentazione" di disconoscere la sua creatura, ma alla fine, per il desiderio di sacrificio che tanto era forte in lui, ne tollerò la degenerazione, considerandola la sua personale crocifissione. La mentalità autoritaria del santo, tratto comune all'umanità medievale, esaltava il concetto di obbedienza anche nei confronti di quella Chiesa romana che fino all'ultimo cercò con successo di espropriarlo del suo Ordine: infatti, il suo testamento con l'ultimo richiamo all'autentica interpretazione della Regola, che egli voleva avesse forza di legge per i suoi frati, fu annullato dal papa Gregorio IX nel 1230.


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Il testamento affermava chiaramente che l'Ordine per potersi definire francescano, essere cioè conforme alle intuizioni religiose del suo fondatore, non doveva possedere proprietà, doveva mantenersi col lavoro dei frati (altro che mendicanti...) e rifiutare privilegi e incombenze da parte della Chiesa, come supplire al clero secolare e ascoltare le confessioni ... Un'Ordine che avesse seguito questa regola di vita non sarebbe stato utile al papato, anzi sarebbe stato da temere come potenziale coscienza critica. Rispondeva perciò ad una necessità politica la "damnatio memoriae" del Francesco autentico, cioè la distruzione di tutte le fonti più antiche, per eliminare nell'Ordine l'opposizione al profondo mutamento della sua eredità spirituale. Solamente alla fine dell'Ottocento, il ritrovamento di qualche copia scampata al fuoco ha irrimediabilmente mandato in frantumi la "verità" di Bonaventura e di Giotto. Per questi motivi, i ventotto quadri della narrazione giottesca non riescono a trasmetterci, nella loro maggioranza, il fascino di un personaggio che intuiva e al tempo stesso rimuoveva la natura profondamente antievangelica del potere e che faceva della povertà e dell'amore i cardini della vita.


E' veramente centrale per una corretta comprensione dell'ispirazione di Francesco individuare quale valore attribuisse al lavoro: giustamente il Milizia ne cita la funzione di "esempio", ma esempio a cosa? Per il santo, che si rifaceva implicitamente a Paolo (Se qualcuno non vuole lavorare neppure mangi, II Thess. 3:10) il valore e l'esempio del lavoro consistono in un atto d'amore verso gli altri, cioè in uno stile di vita non parassitico. Il lavoro francescano, quindi, non era tecnica ascetica fra le altre come per Benedetto (idea che l'apocrifo ora et labora fraintende completamente), ma anch'esso non era un valore in sé, il suo significato era situato completamente all'esterno, contrapponendosi pregiudizialmente ad ogni esaltazione "borghese" del lavoro e dei suoi frutti. D'altro canto, un Ordine di frati lavoratori presupponeva una concezione nuova della vita religiosa e, perciò, della vita tout court: la chiamata divina non era una dimensione totalitaria e monistica che escludeva il terreno e l'umano, ma essa doveva lasciare tempo e spazio a queste altre dimensioni.


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La successiva arte francescana riprese, dunque, un tema originario del movimento, che legittimava l'attenzione verso il molteplice e il transeunte: una nuova visione che usciva dal gotico, che faceva risolvere il dualismo fra terreno e trascendente nella fuga verso il secondo. Essa considerava, invece, non effimera la natura del mondo creato, la accettava come una seconda dimensione (alter, "secondo Cristo" era appellato san Francesco) nella quale siamo immersi pienamente. Questo produsse nel
l'architettura la creazione di spazi unitari e compiuti, riducendo il più possibile vetrate, guglie e navate, mentre nella pittura vi fu una richiesta di crescente realismo.
Come appare con chiarezza dalle analitiche pagine di Milizia, la nuova iconografia di Giotto assecondò questa esigenza, creando un ciclo di immagini di argomento sacro, ma di natura esclusivamente narrativa, in ottemperanza all'estetica occidentale dei libri carolini, che dava una giustificazione didattico-estetica della presenza delle immagini ma non del loro culto. Esse erano sacre per la fede soggettiva dello spettatore o dell'autore, non per un'oggettiva ispirazione concessa all'artista credente, né tanto meno per essere quello che a Bisanzio erano state considerate: presenze vive che guardavano, non materia morta che era guardata. Allontanandosi definitivamente dall'icona, sintesi e selezione, che non raccontava storie ma comprensioni di storie, Giotto aprì la strada ad un'arte più libera e ricca, in cui la natura e l'umano avrebbero acquistato la loro piena sovranità.


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