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L'ANIMA DI BISANZIO

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Chiunque osservi la posizione  geografica di Costantinopoli intuisce immediatamente la sua eccezionalità: è semplicemente il migliore dei luoghi possibili per essere il centro del mondo. L'Asia e l'Europa, le terre più nobili del pianeta, vi trovano la sede predestinata del comando e dell'unione. In mezzo a loro due mari, terzo elemento di separazione, congiunzione, comunicazione. Fin nelle sue caratteristiche fisiche, dunque, Bisanzio riflette quello che può essere ritenuto il principio fondamentale della sua civiltà: il superamento del dualismo che riconduce gli opposti alla loro concordia essenziale. Questo ideale è la chiave interpretativa che ci permette di comprendere la particolare natura della civiltà bizantina, la sua irriducibile alterità rispetto all'Occidente. Cielo e Terra, Chiesa e Stato, ragione e fede, antichi e moderni: queste sono le grandi lacerazioni che hanno creato e nutrito l'identità e la storia dell'uomo occidentale e che il bizantino non ha conosciuto (ed anche il dualismo corpo-anima venne definitivamente risolto nel XIV sec. con Palamas). Pur consapevole degli aspetti antinomici della realtà, la mentalità bizantina credeva fortemente nella loro superiore armonizzazione e questo ce la rende irrimediabilmente "straniera".

Eppure non è stato sempre così: nei primi secoli dell'Alto-medioevo l'Europa  ha pienamente condiviso la civilta' romano-cristiana che noi chiamiamo bizantina: dall'Irlanda alla Spagna, dal Nord Africa all'Istria, c'erano gli stessi atteggiamenti e lo stesso vissuto riscontrabili a Tessalonica o a Damasco, che si esprimevano nelle lingue e nelle tradizioni locali. L'Occidente "bizantino", pur non facendo mai parte dell'Impero romano d'oriente, esistette fino all'VIII secolo, in continuità col passato tardo antico, e cessò col "Sacro Romano Impero" carolingio, il quale fece sviluppare nuovi caratteri e rese egemonici quegli aspetti particolari dell'Occidente che prima erano stati secondari o marginali o teorici. Nasceva il "nostro" Occidente latino-germanico.

L'Impero romano d'Oriente, invece, viveva la sua continuità politica e non subiva perdità d'identità; anzi, la caduta della parte occidentale legittimava la sua rivendicazione dell'eredità di tutto l'impero romano cristiano. Con la sua legge, la sua società, la sua cultura, la sua religione rimaste inalterate, esso si considerava l'organismo statale predestinato da Dio a unificare nella pace e nella verità l'ecumene. Contrariamente alla nostra natura di "moderni", generata dalla rottura con le civiltà del passato e sempre proiettata verso una "riforma" di sè, l'uomo bizantino non aveva coscienza di una sua identità autonoma: la sua storia era la storia romana e la sua letteratura era la letteratura greca, non si considerava "un nano sopra le spalle dei giganti" come l'uomo medievale dell'Occidente, né desiderava cambiare strada dicendo "Chi ci libererà dei Greci e dei Romani". Biblioteche ricolme di opere classiche per noi perdute, archivi pieni di documenti storici fondamentali, città con i monumenti antichi intatti gli davano la sensazione di compiutezza e generavano disinteresse per il nuovo ed il diverso. Questa continuità priva della tensione tra passato e futuro veniva universalmente riconosciuta, anche dai nemici: abbiamo tutte le fonti siriache, arabe e persiane che chiamano i bizantini in un solo modo, i "Rum", i Romani; perché, dunque, le traduzioni occidentali moderne di queste stesse fonti sistematicamente sostituiscono il "romano" del testo con un inesistente "bizantino" o, peggio ancora, con un "greco"? Evidentemente c'è un rifiuto da parte della nostra cultura nei confronti di questa continuità tra Roma e Bisanzio. E' forse un semplice replicare i vecchi argomenti che derivano dalla pubblicistica carolingia, cioè che Bisanzio è ellenofona, orientale, autocratica e ortodossa e perciò non può essere romana, oppure c'è qualcosa di più profondo che impedisce l'uso del termine "romano" nei riguardi dei bizantini? In altre parole, qual è il punto di rottura che ci autorizza a contestare in modo così plateale la percezione che una civiltà aveva di se stessa?

Tutto dipende da ciò che si intende per romanità: c'è un criterio nascosto per definirla ed è un criterio religioso. L'orizzonte romano doveva costituzionalmente contenere spazi particolari: quelli posseduti dagli "dei degli altri". C'era sempre un altare pronto per un "dio ignoto" in quella visione caratterizzata da un' apertura e inclusione all'infinito. Un pluralismo congenito senza il quale non era concepibile civiltà romana. ll diritto degli Dèi di essere adorati come essi stessi avevano prescritto diventava il diritto del singolo di adorare la divinità secondo la propria coscienza, cioè nella forma che a lui sembrava più necessaria. Da quel contesto nascevano il pluralismo culturale, l'allargamento dei rapporti umani e il riconoscimento degli spazi individuali, che l'individuo regolava liberamente seguendo il "proprio demone", senza le prescrizioni vincolanti di una visione religiosa unica e totalizzante. Ecco dunque la frattura che i bizantini cercavano di negare: un impero romano e cristiano era un ossimoro, una contraddizione in termini, quando il cristianesimo si presentava nelle vesti di monoteismo intollerante, come è avvenuto nella realtà storica. Se il cristianesimo si fosse accontentato di diventare religione privilegiata, sostituendo gli dei civici di Roma ma lasciando ai cittadini dell'impero la libertà di culto, l'impero sarebbe rimasto "romano"; invece la religione unica e obbligatoria trasformò lo Stato romano in uno Stato medievale, che non possiamo chiamare diversamente da "bizantino". Fu un processo che impiegò quasi tre secoli per affermarsi definitivamente, dal IV al VI: dagli editti di Teodosio del 391/2 che proibivano i culti pagani, a quello di Giustiniano del 529 che chiudeva l'accademia neoplatonica. Questo processo  non lineare si manifestò anche a livello individuale: Cassiodoro, alla fine del V secolo esprimeva ancora l'ideologia romana a favore del pluralismo religioso, ma Ambrogio nel IV secolo era già bizantino col suo desiderio di morire martire, partecipando alla distruzione di una sinagoga ebraica. Il fatto però che la civiltà bizantina non fosse romana non inficia assolutamente il principio del dualismo superato, anzi lo invera perché non si rimane ancorati a uno dei due vecchi termini, romano o cristiano, ma ne nasce un terzo, bizantino, sintesi tra i due.

Anche in altri aspetti fondamentali della vita sociale e della cultura Bisanzio rifletteva la sua profondissima aspirazione all'unità: nel campo liturgico e artistico, ad esempio, tutto convergeva verso l'idea di incontro tra il Cielo e la Terra, tra il divino e l'umano. La pianta a croce greca, con i suoi bracci uguali, dichiarava che era uguale la distanza che Dio e gli uomini percorrono per incontrarsi e che l'incontro avveniva davvero, non poteva essere una metafora. La teologia della presenza divina non dava spazio all'angoscia occidentale dell'abbandono e della sofferenza; dalle icone ai sacramenti alla preghiera, tutto veniva considerato intriso di grazia divina che eliminava la distanza tra la creatura e il trascendente. L'essenza religiosa del mondo bizantino la esprimono queste parole di Atanasio di Alessandria: Il Logos si è fatto uomo, perché noi uomini fossimo fatti dei. Una teologia della divinizzazione, della trasformazione ontologica, che superava nella sinergia tra Grazia e volontà umana il dualismo proposto dai cristianesimi occidentali, fondati invece sulla morale dei sensi di colpa e dei buoni sentimenti. Gli ambasciatori russi, che proposero l'ortodossia greca come fede per la loro nazione, furono affascinati proprio da questo in Santa Sofia: ... Noi non sapevamo se si fosse in cielo o in terra. Perché sulla terra non vi è tale splendore o tale bellezza e a noi mancano i mezzi per descriverla. Sappiamo soltanto che lì Dio dimora fra gli uomini ...


sofia

Ma se Dio dimorava realmente tra gli uomini di Bisanzio, allora si produceva un'altra notevolissima conseguenza: quegli uomini non avevano granché bisogno di una mediazione tra loro e la divinità. Il clero bizantino, perciò, non ebbe mai quell'enorme potere del suo corrispettivo occidentale anzi, come dice la "vulgata", fu sottomesso al cesaropapismo. Non vi fu la contrapposizione fra Stato e Chiesa perché fin dall'inizio fu riconosciuto all'imperatore Costantino, un laico, il diritto di controllo e di intervento nella Chiesa. Questa situazione io non la chiamerei cesaropapismo, ma piuttosto "cesarolaicismo", per uscire dalle strane categorie alle quali siamo assuefatti, per le quali se la Chiesa è governata dal clero è "libera", se invece è governata dai laici cristiani è "asservita". Il basileus, infatti, rappresentava e concentrava nella sua persona tutto il popolo cristiano, del quale si riconosceva la sacralità e il quale fin dalle origini aveva esercitato il suo potere nella Chiesa, p. es. eleggendo i vescovi. Ancora alla fine dell'impero, in frangenti di pericolo mortale per l'Ortodossia, per due volte il popolo bizantino "tolse il mandato" all'imperatore e ai vescovi che avevano firmato l'unione con Roma nel XIII e nel XV secolo, e dichiarò che la fonte originaria della legittimità ecclesiastica, il "democratico" sensus ecclesiae, era contrario.

Una civiltà che portava ad eliminare tutti i potenziali conflitti era evidentemente un'espressione dello statu quo sociale e suo impegno principale era quello di mantenere quella innaturale immobilità. Dal punto di vista culturale, bisognava perciò impedire la nascita di uno spirito critico che, nella  dialettica tra fede ortodossa (e istituzioni che su di essa si fondavano) e ragione filosofica, potesse costruire un'opposizione culturale e sociale. La razionalità, che in Occidente era di stampo aristotelico e che avrebbe costretto la Chiesa prima a dimostrare prometeicamente la razionalità di ogni dogma e, successivamente, a difendere il proprio traballante edificio con l'inquisizione, a Bisanzio era invece di matrice neoplatonica e portava in se stessa la propria neutralizzazione: infatti, essa affermava che non c'era nulla di più razionale che riconoscere l'impotenza della mente umana a scrutare la natura divina, mentre i misteri e i dogmi erano talmente superiori e trascendenti che giustamente contraddicevano e facevano implodere la ragione discorsiva. Il mondo superiore, che legittimava ogni autorità, era "la tenebra che più d'ogni luce risplende".

Paradossalmente, tutta l'ideologia "irenica" e conservativa di Bisanzio, tesa a difendere la realtà così com'è, era essa stessa un sogno, una visione dell'immaginario. La realtà era diversa e da essa l'ideologia forniva gli strumenti per fuggire. Forse fu questa la debolezza della civiltà "romea", ma essa affascina chi è stanco dei dualismi non risolti e delle scelte unilaterali che continuano a caratterizzare la civiltà occidentale.

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