comunicazione
letta il 23 settembre 2004
al convegno di studi "Il
monachesimo d'Oriente e d'Occidente nel passaggio dal I al II
millennio" tenutosi a Grottaferrata per il millenario niliano
PAGINE
E SCOLI ATTRIBUIBILI A
BARTOLOMEO DI GROTTAFERRATA
Ritengo
una grande opportunità questa di poter anticipare proprio
all'interno delle manifestazioni per il millenario dell'abbazia di
Grottaferrata qualche risultato di una ricerca che tratta di un suo
cofondatore, Bartolomeo. Riconosciuto autore finora unicamente di un
corpus innografico, oggi il
grande Padre potrebbe vedersi restituiti
una nuova serie di testi completamente estranei alla poesia liturgica,
così irriducibile al contingente e al quotidiano, che ci
manifesterebbero il suo pensiero e il suo rapporto col contesto
storico. L'antica tradizione del monastero, pur non avendo mai indicato
alcun autografo tra i testimoni della sua opera innografica, indicava
l'esistenza di codici di altro genere nei quali si conservava la sua
scrittura. Infatti, nel panegirico del 1230 composto dallo ieromonaco
Giovanni di Rossano, c'era una sicura segnalazione: Era anche scrittore
e calligrafo, così che ancora oggi si vedono i suoi aurei e
santi caratteri negli Evangeli, nei triodii, nei menei e in altri libri.
Se le parole di Giovanni riflettevano una reale esperienza e
consapevolezza e non un orpello retorico, questo significa che la
comunità criptense successivamente dimenticò
l’esistenza
di quei manoscritti che avrebbero dovuto essere l’oggetto di
costante
memoria e venerazione. Secoli dopo, nell’Ottocento, ci fu il
tentativo
erudito di attribuire all’igumeno una nota del manoscritto Α.β.V. (gr. 51), un antico
praxapostolos del
patrimonio della biblioteca, ma non c'era nulla di consistente che la
potesse collegare a Bartolomeo.
Lo
studio che sto conducendo, non facile e non ultimabile a breve, su di
un corpus anonimo di scholia e riflessioni, contenuti in
alcuni codici
della Vaticana, dell'Angelica e della biblioteca del monastero
criptense, tutti originariamente patrimonio librario dell'abbazia,
potrebbe aiutare a spiegare quell’oblio sorprendente. I testi
originali
di cui stiamo parlando si dividono in due grandi gruppi: il primo, noto
dal 1953, fu individuato da Ciro Giannelli , ed è formato
dal
Crypt.
E. β.
447
(una
traduzione di passi di Isaia secondo i LXX in latino, con uno scholion
su Roma); dal Vat. gr.
1667
con un'antologia patristica greco-latina;
dal Vat.
gr. 1658 con un'erotesis
biblica e dal Vat. gr.
1650 con gli
scholia
contro la sapienza
del mondo ed il celibato ecclesiastico. Il
secondo gruppo è più unitario ed è
contenuto in
cinque pagine di guardia del manoscritto greco 41 della Biblioteca
Angelica di Roma, ff.1-2r, 141 r-v, con un suo titolo originario:
Βουλαί
, cioè
“Risoluzioni”.
Questo secondo gruppo è stato identificato nel 2000 dal
prof. S.
Lucà dell'Università di Roma Tor Vergata, che ha scoperto
l'identità della scrittura tra i due gruppi di testi e
quindi
l'unicità del loro autore, unicità che ho potuto
constatare di persona sia confrontando una riproduzione fotografica
delle pagine dell'Angelica con l'originale degli scoli di un codice
appartenente al primo gruppo (il Vat.
gr. 1667), sia riscontrando
la
presenza in entrambi i gruppi della stessa e non comune
particolarità fonetica: in essi la regolare terminazione
ωσι
della terza
persona plurale
del presente indicativo dei verbi
contratti in
αω,
si
estende
non
solo agli altri verbi contratti, fenomeno abbastanza comune, ma
frequentemente ad ogni tipo di verbo. Questa caratteristica singolare
dovrà essere oggetto di una ricerca specifica, in quanto non
è un errore dell'autore, in genere corretto (e questo
può
spiegare l’elogio nel Bios
dell'abilità scrittoria di
Bartolomeo), ma è cosciente usus
linguistico che ho potuto
ritrovare identico sinora solamente nelle rubriche del contemporaneo
eucologio Paris
Coislin gr.
213, dedicate all'officiatura
dell'euchelaion.
La
trascrizione del testo ancora inedito, da me intrapresa con il
fondamentale contributo dell'amico p. Stefano Dell'Isola, discepolo
della compianta E. Follieri, non è ancora definitiva a causa
della mole e delle difficoltà che essa presenta. Sono cinque
pagine ricoperte fittamente da una scrittura piccolissima, corretta ma
non calligrafica, in non perfetto stato di conservazione; alcune sono
incorniciate da ulteriori note in margini, a volta successivamente
amputati, ma il lavoro iniziato permette di dire già molto,
identificando all’interno dei discorsi i passi storicamente
più
significativi.
L'argomento principale è la proposta che l'autore fa di
intervenire da pacificatore e mediatore all'interno della Chiesa di
Roma. La riunione di tutti questi scritti rivela, dunque, l'esistenza
di una grande personalità greca a Roma e dintorni nell'XI
secolo. Non ci sono elementi paleografici cogenti che possano darci
altre certezze diverse da quelle di una datazione all'interno del sec.
XI e sull'origine italogreca dello scriba. Il Giannelli aveva proposto
l'identificazione dell'autore con il metropolita di Reggio Calabria
Nicola, possessore originario del Vat.
gr. 1650, il quale avrebbe
composto il gruppo di note più nutrito (quello del Vat. gr.
1650) tra il settembre 1044 e il 1049. In uno studio
del gennaio
1998 io avevo
proposto invece la localizzazione in terra latina, a Grottaferrata, e
una datazione al 1060, che corrispondeva all'inizio dell'applicazione
generalizzata del celibato, cui sembrava riferirsi il testo, e
attribuendo i testi ad un anonimo monaco criptense. Il Lucà,
nelle sue recenti presentazioni delle pagine dell'Angelica,
ha convenuto con l'ipotesi di
localizzazione
laziale ed ha proposto una datazione tarda, corrispondente
all'igumenato criptense di Nicola (1085-1122), definito
“promotore di
una violenta polemica contro le costumanze liturgiche della Chiesa di
Roma e la sua affezione ai valori temporali” che esprimeva il
suo
risentimento verso la politica di latinizzazione ecclesiastica del
Meridione d’Italia intrapresa dai Normanni, e indicato in tal
modo come
il vero autore di queste pagine.
Fortunatamente, il testo dell'Angelica non solo conferma con certezza
la localizzazione romano-laziale dell'autore, perché Roma
è il teatro della sua azione e degli avvenimenti descritti,
ma
contiene anche un preciso riferimento storico cronologico: l'anno 1047.
Il passo chiave è questo:
Sappi
che a destra
si distinguono quelli di
Graziano e
a sinistra quelli di Clemente ... quelli
che adesso sono chiamati
patriarchi. I
due partiti che in quel momento si contendevano la Chiesa di Roma erano
quindi quello di Gregorio VI, il cui nome prima di diventare papa era
stato Giovanni Graziano e quello di Clemente II, il papa
tedesco
imposto dall'imperatore Enrico III. L'anno in cui le pagine
dell’Angelica furono scritte deve perciò
necessariamente
essere
il 1047, perché Clemente II fu intronizzato nel Natale del
1046
e morì il 9 ottobre 1047 a Pesaro, mentre Gregorio VI,
deposto
col pretesto di simonia alla fine del 1046, morì in esilio
in
Germania, a Colonia, verosimilmente alla fine del 1047. Quale potrebbe
essere stata allora la personalità greca di primo piano in
quegli anni a Grottaferrata, con tale prestigio spirituale da
permetterle di intervenire da protagonista nelle vicende papali,
possedendo una così grande libertà di giudizio e
di
parola? Non vediamo altri all'infuori di Bartolomeo di Grottaferrata
che potesse ambire di rivestire questo ruolo sia a Roma che nel
monastero tuscolano.
Secondo la sua biografia tradizionalmente attribuita all'igumeno Luca e
databile all’ultimo quarto dell’XI secolo, egli era
stato
consigliere
ascoltatissimo del papa Benedetto IX, al punto da spingerlo alle
dimissioni, ed era stato ugualmente mediatore tra i principi Adenolfo
di Gaeta e Guaimaro di Salerno nel 1045. Le poesie liturgiche in suo
onore, inoltre, contengono una descrizione diversa della posizione
romana di Bartolomeo che amplifica il ruolo da lui giocato
nell’Urbe:
Frequentasti la maggiore delle
città, della quale, o
celebrato,
fosti la divina guida, il mediatore e il difensore della pace.
Anche
il tono "despotico" degli scritti (che aveva così colpito il
Giannelli) denota una persona di grande autorità che, tra
l'altro, poteva scrivere quel che gli pareva sui libri del monastero di
S. Maria. L'ipotesi di un monaco bibliotecario che si permettesse di
utilizzare i codici a lui affidati per scrivere di sue immaginarie
mediazioni con i papi di Roma, sembra inverosimile, così
come
l'ipotesi di un altro (ignoto alle fonti) dignitario di Grottaferrata
che fosse in grado di sostituire l'igumeno ai più alti livelli
di politica
ecclesiastica. Non abbiamo la dimostrazione galileiana, ma gli indizi
ci conducono tutti verso l'identificazione con Bartolomeo, grazie
soprattutto alle
Βουλαί
dell'Angelica.
Esse
ce ne danno la chiave e confermano il suo notorio tratto pacificatore,
all'interno di una personalità che si rivela
inaspettatamente
molto critica nei confronti dell'evoluzione ecclesiastica in corso a
Roma e nell'Occidente. Inoltre, sono la fonte unica a farci conoscere
un tentativo di mediazione sconosciuto nella lotta per il pontificato e
ci forniscono nuovi elementi per rileggere la figura del papa Gregorio
VI.
Chiamo
come testimone il mio Signore Gesù
Cristo e Dio nostro sulla mia anima che sono venuto come fedele servo
alla sua santa Chiesa, la quale è sua sposa amata e madre di
tutti i cristiani. E perciò sono venuto per rivendicare i
suoi
diritti che un intento di cupidigia di molti malvagi ha rapinato, e
molti sono i testimoni di questa mia sollecitudine sia qui che a
Costantinopoli. L'incipit
del foglio 1r, affascinante
come contenuto, letterariamente
riecheggia Paolo: Ora chiamo Dio
come testimone sulla mia anima
... II
Cor 1,23, un'epistola che offriva notevoli spunti e parallelismi con
la situazione di Bartolomeo; infatti in essa l'apostolo diceva: Noi
siamo ambasciatori in nome di Cristo, come se Dio stesso supplicasse
per mezzo di noi. In nome di Cristo imploriamo: siate riconciliati con
Dio.
L'autore di queste pagine era dunque un greco che riteneva di aver
avuto da Dio una missione e che questa gli veniva riconosciuta a Roma
dove abitava e a Costantinopoli, dove la sua personalità era
conosciuta. Evidentemente questa missione di pacificazione
ecclesiastica era già stata esercitata in precedenza e trovo
non
solo suggestivo ma anche estremamente pertinente ipotizzare che
Bartolomeo abbia partecipato alle trattative che portarono alla
conciliazione politico-ecclesiastica tra la delegazione bizantina
inviata nel 1024 da Basilio II a Roma e il papa Giovanni XIX, che in
ambiente franco-germanico venne considerata quasi un tradimento di
Roma, dopo il pontificato antigreco di Benedetto VIII. Nulla poi vieta
di pensare ad un contatto permanente tra Bartolomeo e il governo
bizantino. Il cenno a Costantinopoli non deve quindi necessariamente
essere considerato come un’allusione ad una visita o ad una
presenza
nella città regina, come probabilmente ha fatto il Lucà,
associandolo
all’ambasceria dell’igumeno Nicola a Bisanzio nel
1088,
perché
le testimonianze costantinopolitane di cui lo scoliasta parla non
vengono descritte come testimonianze visive di avvenimenti accaduti
nella capitale.
Il
nostro italogreco chiedeva tre giorni di colloqui con i rappresentanti
più saggi della Chiesa romana per decidere chi fosse degno
del
papato, se Gregorio VI o Clemente II, sostenuto dall'Impero tedesco, e
concludeva così: Ma se si confutano a
vicenda e nessuno di
loro
è senza macchia, ma per amore di gloria combattono per la
cattedra apostolica, si ritirino e venga trovato un altro come
pacificatore, che non sia nemico di nessuna fazione ma amico
compassionevole, e venga designato comune padre perchè metta
pace tra le parti in conflitto, dato che nessuna di esse accetta di
sottomettersi all'altra; e ciò mi sembra piuttosto
necessario
che oggi avvenga.
Ci
vengono date anche notizie inedite sulla vita di Gregorio VI prima
della consacrazione episcopale: Tu
andasti a Gerusalemme, vedesti molta parte
del mondo....
Ma, soprattutto, cambia le nostre conoscenze anche sulla storia del
papato: si ha la conferma che Gregorio VI non si dimise spontaneamente,
convinto della sua colpa simoniaca, ma che fu deposto senz'altro. Il
fatto di non essere stato immediatamente
deportato in Germania, probabilmente dovuto ad una sua simulata
rassegnazione, gli permise di rimanere nel Lazio con uno status onorevole,
in grado di riprendere la lotta per reintegrarsi come papa legittimo.
L’opportunità gli si presentò subito, con l’assenza
dall’Urbe di
circa
due mesi dell’imperatore e del suo papa, partiti per il Meridione dopo
le feste natalizie.
Nessun'altra fonte ha mai parlato di un simile avvenimento e ci si
può porre la domanda se il discorso di Bartolomeo sia
un'esercitazione retorica, una specie di fiction ecclesiastica. La
serietà appassionata dell'igumeno, che esprime le sue
convinzioni più profonde, porta ad escludere questa
possibilità che, anche dal lato materiale, sarebbe stata un
inaccettabile spreco di cinque pagine di preziosa pergamena. Preferiamo
pensare che le altre fonti abbiano intenzionalmente rimosso ogni
imbarazzante notizia su Graziano successiva al sinodo di Sutri,
lasciandoci null'altro che le notizie della deposizione e della morte
in esilio.
Un'altra obiezione di inverosimiglianza potrebbe essere questa: come
sarebbe stato possibile considerare realistica la deposizione di
Clemente II da parte dei Romani, come fa il nostro testo, oppure come
Gregorio VI avrebbe potuto attribuire al suo tentativo di rientro al
soglio una qualche possibilità di successo, in presenza di
un
grande esercito tedesco in Italia guidato dallo stesso imperatore?
Certamente da parte di Bartolomeo c'era una forte dose
d'ingenuità, se immaginava che l'elezione di un papa diverso
da
Clemente sarebbe potuta avvenire senza la violenta reazione tedesca, ma
non era impossibile ad una cittadinanza armata e solidale ribellarsi ed
opporsi vittoriosamente alle "grandi potenze". Questo lo sapeva bene
anche Graziano: c'era stato l'esempio della città di Troia
in
Puglia e proprio in quei giorni Benevento respingeva l'attacco
dell'imperatore Enrico III.
Il
testo dell'Angelica non ci dice se le circostanze abbiano permesso a
Bartolomeo di effettuare realmente la sua mediazione oppure se le parti
in conflitto o le circostanze abbiano impedito il suo tentativo che non
fu mai effettuato. Quel che è certo è che vinse
Clemente
II con l’esilio forzato di Gregorio VI, contrariamente al
parere
di Bartolomeo di una conciliazione da operarsi grazie a una nuova
elezione papale.
Il progetto pacificatore dell’igumeno ripropone gli interrogativi
sull'elaborazione letteraria del suo Bios
relativa alle dimissioni di
Benedetto IX. Infatti, se appare ammissibile che il papa abbia chiesto
consiglio in quel frangente ad un così venerabile amico, il
ruolo determinante della risposta è sicuramente
un'amplificazione encomiastica dell'agiografo. Al contrario, la scarsa
importanza dell'episodio viene oggi evidenziata dalla mancata
registrazione da parte dello stesso Bartolomeo: se un progetto di
mediazione tra Graziano e Clemente, taciuto completamente dal Bios,
aveva dato luogo a cinque pagine di manoscritto, è poco
verosimile che quello nei confronti di Benedetto, avvenuto realmente
secondo il Bios, non avesse
lasciato alcuna traccia o alcun commento da
parte dell'igumeno. Il “calco” letterario della mediazione romana
realmente progettata, documentata e fallita, reindirizzava invece la
vis critica di Bartolomeo da
Gregorio VI e Clemente II, iniziatori
della riforma ognuno a suo modo, verso un bersaglio accettabile:
Benedetto IX, il "mostro" dei riformatori.
Il Bios, composto quando l’abbazia aveva riconosciuto la
legittimità dei papi riformati, voleva far apparire Bartolomeo
benemerito del nuovo regime, anche se l’autore, decisamente ben
disposto verso la sede romana, non riuscì a trovare un suo
atteggiamento nei confronti del papato migliore della mancanza di
soggezione. La presa di posizione
dell’igumeno, che non faceva alcun cenno alla colpa simoniaca
di
Graziano, lasciando la porta aperta al riconoscimento della sua
legittimità, ci dovrà
far
riconsiderare tutto il dossier
di accuse a Gregorio VI, alle quali egli
non sembrava interessato. Infatti, tutta l'ossessiva problematica
riformatrice antisimoniaca veniva implicitamente contestata quale
diagnosi delle "piaghe della santa Chiesa", nonostante che anche per
Bartolomeo la situazione ecclesiastica occidentale risultasse
gravissima: La vita secondo Dio
è crocifissione
e
morte del mondo, mentre la vita secondo il mondo è morte per
Dio; e i laici non altrimenti sperano di vivere se non per mezzo delle
primizie e decime viventi, cioè dei chierici e dei monaci.
Se
quelli che sono considerati primizie a Dio del mondo, al contrario
servono il mondo, è chiaro che sono falsi sacerdoti, per
metà
morti... .
Ma
cos'è questo servizio del mondo che per Bartolomeo rende
l'ecclesiastico una finzione vuota e morta? L'oggetto della denuncia di
Bartolomeo non è il clero simoniaco né quello
sposato o
concubinario ma τὰ
ὅπλα τῶν
ἱερέων ,
il
clero armato, cioè la
violenza legittimata per far trionfare i "diritti" della Chiesa e
recuperare i suoi beni: I sacerdoti rivendichino
la casa di Dio con le armi di Dio … Ora contro la tradizione
del
Signore e dei
suoi discepoli abbiamo evangelisti con le armi in pugno, rivestiti di
armi carnali e discepoli assassini, figli non della benedizione ma
dell'anatema....
Dunque,
non si parla qui della Chiesa pre-riforma, governata dai laici e
rilassata nei costumi sessuali, ma di quella riformatrice che aveva
trovato utile far proprio questo comportamento, già
sporadicamente individuato come problema anche da una minoranza del
proprio stesso campo riformatore: clerici
mundiali militiae studentes.
Gregorio VI era salito al soglio pontificio salutato dalle
più
alte speranze di riformatori come Pier Damiani, che evidentemente non
riteneva di natura simoniaca i patti pubblici conclusi con Benedetto
IX. Graziano-Gregorio,
arciprete di S. Giovanni a Porta Latina, una
“canonica”
dove del clero
celibe viveva in comune, era infatti legato all'abbazia di S. Maria
sull'Aventino, avamposto romano della riforma cluniacense, frequentato
da personalità come Lorenzo d'Amalfi, Ugo di Farfa e
Ildebrando
di Soana. In quel cenacolo si elaboravano aspetti dell'ideologia
cluniacense che sarebbero passati nella riforma: il potere supremo del
vescovo romano e l'astinenza sessuale come elemento indispensabile per
la santità. Dunque un'ideologia di ascesi e di potere che
già ai tempi di Graziano si appoggiava alla forza e alla
quale
Bartolomeo si opponeva: a mentire
sono coloro che dicono che la Chiesa
di Cristo si salva e si governa con la sapienza del mondo, e stanno a
testimoniare ciò i fatti del tempo presente. Per lui si
compiva
un innesto tra un'esteriore disciplina iperascetica ed una
mentalità carnale e anticristiana che, giustificando ogni
mezzo
per affermarsi, rivelava la natura negativa anche dei fini. Quella
sapienza dialettica, mondana e carnale, per Bartolomeo avrebbe impedito
ancor di più la riforma della Chiesa, che poteva avvenire
solamente basandosi su cristiani ed ecclesiastici che credessero nelle
beatitudini evangeliche, che si fossero sentiti piccoli e deboli, forti
solamente delle armi spirituali che Dio concedeva loro, non su vescovi
tiranni, come li chiamava, che
si ponevano a capo di truppe e di
milizie, pronti a uccidere chi si opponesse alla loro istituzione
autoreferenziale. Era necessaria una Chiesa che non possedesse potere
temporale per difendere i suoi beni temporali, una Chiesa, questo il
punto centrale, che accettasse di essere sconfitta socialmente. Questa
era la visione di Bartolomeo, radicalmente spirituale e
antiteocratica: ..che
i vescovi siano governanti e giudici
spirituali e secolari … è impossibile…, di
distacco completo dal mondo e dai suoi beni per diventare "ultimi".
La
sapienza evangelica della croce, della non violenza e della rinuncia,
invece, era sostituita da una visione della vita e della cultura basata
sulla ragione e sull'evidenza dell'utile, con una rivendicazione
continua del primo posto nella società. Era uno spirito
materialistico che rifiutava la sofferenza e il martirio dei poveri di
spirito. I fedeli cristiani erano condotti alla perdita della
conoscenza di Dio da un clero che stravolgeva il vangelo per comandare
e possedere. Coloro che mettono
insieme la sapienza della croce e
quella resa stolta procurano ai credenti l'ignoranza di Dio e la
corruzione del messaggio della croce. Lo testimoniano insieme a queste
parole apostoliche anche i fatti del tempo presente: infatti i filosofi
carnali, che amano il proprio corpo, persuadono i popoli a percorrere
piuttosto la via larga ... .
Si era andati troppo oltre e
bisognava raddrizzare il sacerdozio
e purificarlo
dalle
cose che falsificano la sua immagine e la sua esattezza,
perché
la Chiesa riacquisti i suoi contorni e i limiti che il Signore ha
disegnato per lei.
Questo tema centrale rivaluta grandemente la notizia fin qui riportata
da una sola fonte, il De gestis
regum Anglorum di Guglielmo di
Malmesbury, scrittore del XII secolo, su questo aspetto del pontificato
e del carattere di Giovanni Graziano, cioè l'uso della
violenza
per affermare la propria autorità e rivendicare i "diritti"
e i
beni della Chiesa. Questo testo, al quale non veniva dato
pregiudizialmente alcun credito dagli studiosi del papato, oggi invece
riceve dai nostri scoli un'importante conferma. Guglielmo definiva
Graziano un uomo di grande pietà e severità, che
aveva
trovato la condizione del pontificato così decaduta per
l'incuria dei suoi predecessori che, tranne che per pochi paesi vicini
e le offerte dei fedeli, non aveva di che mantenersi. E così
continuava: Itaque ferro
abscissionis utendum iudicans, arma undecumque
et equos conquisivit, milites et equos adornavit, ac primum basilicam
beati Petri preoccupans, raptores oblationum vel extinxit vel
effugavit. Inde, fortunam sibi aspirare videns, longius progreditur, et
si qui resisterent occisis, praedia omnia et oppida, multis temporibus
amissa, in antiquum ius reformavit.... Quirites interea, rapto vivere
assueti, sanguinarium illum vocabant, indignum esse qui Deo offerret
sacrificium tot caedium conscius
... Il racconto di
Guglielmo fu accolto poi nella recensione quattrocentesca del Liber
pontificalis: omnes homicidam
ipsum clamantes ... .
Nel testo di Guglielmo, Graziano si giustifica prima con l'assenza
dell'autorità laica, cioè dell'imperatore tedesco
impegnato contro gli Slavi, a intervenire nelle faccende romane; poi,
dopo aver ammesso in teoria che sacerdoti non si devono macchiare del
sangue di alcuno, rivendica la legittimità della sua
condotta:
at
ille se non inquinat, qui sontem
premens, insontem liberat!...
patiemur sacra nostra profanari?
Dei riferimenti al
vecchio
Testamento scelti da Graziano/Guglielmo a giustificazione della
violenza sacerdotale, quello che proponeva due esempi concreti di
omicidio: Finees (Numeri, 25,
7-8, che uccide con la lancia una
prostituta madianita e il suo cliente ebreo), e Mattatia (1 Maccabei 2,
che accende la guerra di rivolta dei Giudei osservanti contro i
Seleucidi, con la strage degli Ebrei collaborazionisti), è
particolarmente impressionante perché è presente
anche
nella Vita di S. Nilo XI, 77
(con Samuele al posto di Mattatia, che fa
squartare Agag, re degli Amaleciti prigioniero, 1 Samuele 15,33).
Lì Nilo se ne serve, proprio nella sua cassinese difesa
degli
usi latini, per sostenere la stessa tesi di Graziano, combattuta invece
così aspramente dai nostri scholia:
Ogni
azione compiuta
in nome di Dio è buona e assolutamente irreprensibile, come
dimostrano Finees e Samuele.
Una tale
diversità di opinione su un punto fondamentale dell'etica
cristiana, la valutazione della violenza, depone decisamente (se la
nostra ipotesi è corretta) contro l'identificazione
dell'autore
della vita di Nilo il giovane con Bartolomeo.
Quest’ultimo diventava dunque il primo orientale a
documentare il
proprio scandalo di fronte a questa “normale”
prassi
occidentale che adottava la teologia agostiniana in materia: la
violenza non è cattiva in sé, perchè il suo segno
morale dipende interamente dalla bontà o meno delle intenzioni e
delle motivazioni di chi la esercita. Una
sensibilità che si ritrova anche negli inni sacri
attribuitigli
con certezza: nelle composizioni dedicate ai santi militari del
calendario bizantino, l’unico combattimento secondo la legge,
νομίμως
, è quello
spirituale.
Egli può così a buon diritto essere annoverato
tra le
fonti che includevano questa aberrazione nell’elenco delle
colpe
imputate ai Latini, come le “liste degli errori
latini”
scritte dopo il
1054 : I
vescovi vanno in battaglia,
sporcano le loro mani col sangue,
uccidendo e venendo uccisi,
… come
i laici, ed anche un testo
molto
letterario come l’Alessiade,
che con sarcasmo allude alla guerra per le
investiture scatenata da Gregorio VII: Questo abominevole
papa... sua
Beatitudine, rivestita di grazia spirituale ed evangelica pace, si
gettava nella guerra civile con tutta l’anima e con tutte le
forze;
queste cose un uomo di pace e discepolo del Maestro di pace!
La
piaga ecclesiastica notata da Bartolomeo occupò, dunque, un
suo
posto nel dossier dello scisma d’Oriente, dato che il diritto
canonico
aveva sempre considerato incompatibile la permanenza nel sacerdozio con
la morte procurata di un’altra persona, fosse anche
accidentale,
e il
rispetto di questo principio della Chiesa antica rimase sempre, pur con
le trasgressioni e contraddizioni rese inevitabili in
un’epoca
difficile come quella medievale, ma al tempo stesso limitate in una
società come quella bizantina dove lo Stato era laico e non
c’era spazio per ierocrazie. E’ notevole che la
fonte
primaria della
disciplina ecclesiastica sull’argomento:
l’83° canone
apostolico,
condanni la partecipazione dei chierici alla milizia non con la
motivazione moralistico/patetica del divieto di spargere sangue umano,
ma inserendola nel contesto più vasto della divisione dei
ruoli
tra Stato e Chiesa e della natura spirituale di quest’ultima.
La
milizia, come ogni altro ministero dell’autorità
sovrana
(essa
porta la spada, dice l’Epistola ai
Romani 13,4), non
può
essere
esercitata dal clero, perché esso non può
rivestire, pena
la deposizione immediata e l’anatema, poteri politici che non
gli
spettano. Anche se in Bartolomeo il tema morale ha il primo posto,
tuttavia i cenni al ruolo del potere laico, all’acefalia dei
popoli
senza una guida sovrana legittima, indicano che anche per lui, come per
tutti i Bizantini, clero dotato di armi e clero dotato di
sovranità erano due facce di un’unica
degenerazione
carnale.
L’ideale teocratico, a cui sarebbe giunto il movimento
riformatore, gli
sarebbe sembrato un monstrum,
così come
l’originale
creazione
degli ordini religiosi cavallereschi con cui l’Occidente
medievale
raggiunse la sintesi della sua elaborazione di una concordia tra il
sacro e la guerra.
L'altra
bandiera della Riforma gregoriana, il celibato ecclesiastico, provocava
invece il sorriso ironico e l'opposizione esplicita di Bartolomeo: Nel
mentre vediamo i vescovi avere armi
terrene e soldati, li consideriamo autorità mondane e non
spirituali. E se è bene che i vescovi abbiano armi mondane,
perché non hanno anche mogli secondo la carne? Io dico che
mi
sembra minor peccato che il vescovo abbia una moglie carnale piuttosto
che armi carnali. Perché? Dico una battuta: se ha moglie
incrementa la specie umana, ma se ha le armi la diminuisce.
Inoltre Dio ha creato l'uomo non la morte, ed è chiaro che
il
desiderio e l'ira sono contrapposti, come sono contrapposti Dio e
Beliar; e l'uomo che desidera una moglie ricerca la strada della
propagazione, perché l’uomo venga moltiplicato
solo nella
giustizia , invece l'irato mostra di avere in se stesso le radici della
morte: principio e strada per la morte infatti è
l'ira. Egli poi
aggiunge: la
natura non viene trovata contraria alla
giustizia, a meno che non si parli in modo improprio.
Ma
è nel Vat. gr.
1650
che si trova la sua difesa appassionata del
matrimonio del clero. La partecipazione emotiva del testo fa pensare
che l'autore abbia davanti a sé non solo affermazioni di
principio, ma la prima applicazione locale romana della nuova ideologia
celibataria, che culminerà in seguito nei sinodi romani di Leone
IX. Il provvedimento leoniano, l'eliminazione
violenta delle famiglie del clero latino sposato, con la riduzione in
schiavitù delle mogli, dovette sconvolgere e scandalizzare
profondamente la sensibilità umana e ortodossa di
Bartolomeo. Il contenuto è
originale rispetto a quello che saranno i dossier greci sull'argomento:
egli è l'unico a fondare il proprio ragionamento non sulle
autorità dei Padri della Chiesa e sulla legge canonica, ma
esclusivamente sulle testimonianze bibliche e sulla riflessione
teologica personale. Il fondamento è il libro della Genesi:
l'unione fra l'uomo e la donna, la coppia monogamica, appariva un
proorismos,
il modello di vita
al quale tutti erano predestinati e al
quale bisognava conformarsi. Lo stato di castità era per
Bartolomeo una vocazione che Dio aveva riservato a pochi, un'eccezione
alla regola universale . Perciò il clero, che per sua natura
rimaneva nel secolo al servizio di Dio, riunendo in sé i due
sacramenti pienamente conciliabili: matrimonio e sacerdozio, rendeva
testimonianza alla legge da Lui stabilita per tutti gli esseri umani e
alla sua benedizione della vita. I sacerdoti non possono essere esclusi
dalla partecipazione alla paternità benedetta,
perché le
benedizioni di Dio non si oppongono reciprocamente .
Quello che appare evidente è il carattere antiagostiniano di
questa teologia, benché Bartolomeo abbia antologizzato il De
Trinitate del vescovo d'Ippona nel Vat.
gr. 1667. Esprimendo l'opinione
tradizionale della
Chiesa bizantina (i maestri della santa Chiesa) , egli presupponeva la
reale libertà spirituale dell'uomo, condizione per
l'esistenza
di una reale sinergia tra uomo e Dio, e aveva un istintivo orrore per
ogni idea di costrizione o di necessità in un essere
spirituale.
Per lui nessuno aveva il diritto di obbligare altri ad una determinata
scelta tra due diverse economie spirituali come il matrimonio e il
celibato, anzi non ne aveva neppure la possibilità. La
vocazione
di Dio, i suoi doni universalmente distribuiti e singolarmente
caratterizzati, avevano necessità del consenso attivo della
volontà umana. Senza di esso il dono sarebbe divenuto
violenza e
la vita spirituale il regno dell'odio e della sofferenza. La legge
riguarda il sacerdozio non la verginità, è chiaro
che un
tale obbligo non è legge di libertà, ma di
violenza .
L'essere umano in questo suo destino si innalzava da strumento a
cooperatore di Dio. In questa teologia, nella procreazione l'uomo
collaborava all'opera divina suscitando la vita e combattendo la morte.
La
sinergia umano-divina implicava che la legge naturale inserita
nell'uomo al momento della creazione fosse più forte della
legge
del peccato. Opponendosi al pensiero agostiniano, secondo il quale la
natura umana era radicalmente cattiva dopo la caduta di Adamo e
trasmetteva questa malvagità intrinseca di generazione in
generazione con l'atto del concepimento, Bartolomeo riteneva invece che
l'uomo, come tutte le altre creature, non poteva distruggere il valore
positivo del suo essere, garantito dall'atto creatore divino. L'uomo
non aveva potuto modificare la propria natura, perché
ciò
che era naturale non dipendeva dalla sua volontà ma
continuava
ad obbedire alla legge di Dio, presente ed operante
più
del peccato. Era la libera volontà personale ad essere
corrotta
dalle suggestioni demoniache e a tendere verso i desideri contro
natura. L'essere umano, ponendosi con l'uso pervertito del libero
arbitrio in uno stato di disgregazione e alienazione, poteva salvarsi
solo con l'ausilio determinante della grazia, che avrebbe inserito il
credente nella Chiesa, cioè nell'umanità
restaurata e
rinnovata nella sua natura. La fede
in Cristo è il rinnovamento
della natura umana, non il suo annullamento ... La legge di
Mosé
e quella della grazia furono date per la restaurazione della legge
naturale creata da Dio, la quale discende dal primo uomo ed
è in
tutti in maniera uguale ...in maniera uguale sono in noi le innocenti
caratteristiche della natura ... Se è divenuta universale la
legge del peccato, trasmessa naturalmente dai padri ai figli, come mai
la legge di Dio, che è di molto superiore, non permane nella
natura universalmente? ... Come potrebbero non essere universali le
leggi della natura umana ... dal momento che i principi della legge
naturale creata da Dio si ritrovano in noi?
Quello che colpisce negli scholia del Vat.
gr. 1650 è la
completa assenza di una mentalità dualistica che deprezzi o
colpevolizzi la materia e la corporeità. Non è
presente
neppure in quella forma attenuata che si rassegna ad accettare il
matrimonio come rimedio alla concupiscenza, anzi il matrimonio
monogamico veniva considerato uno stato di castità e
continenza
e la procreazione un dono divino. Bartolomeo rifiutava con forza
l'instaurazione di un codice morale per il clero diverso da quello di
tutto il popolo cristiano e quindi la creazione di una classe di
professionisti del sacro, uniti in maniera privilegiata a Cristo:
Sappiamo
infatti che i sacerdoti sono
angeli di Dio, ma quando
annunciano al popolo le volontà divine; quando invece
mangiano,
bevono, dormono e sottostanno alle altre necessità della
natura,
sono esseri umani. ... se dicono che il sacerdote ha la Chiesa al posto
della donna e della sposa, rispondiamo che gli antichi hanno
avuto la Chiesa, essendo sposati con le proprie donne. Sposa
la
Chiesa invece lo è di Cristo, del quale il sacerdote
è un
cooperatore, assistente, amministratore e servitore
.
Se gli scholia dell'Angelica hanno una sicura datazione al 1047,
è abbastanza agevole datare al 1046 quelli sul celibato, sulle
armi e la sapienza carnali del Vat. gr. 1650. Infatti, entrambi i
codici contengono il riferimento alla violenza: nel codice
dell'Angelica non è la violenza che può scaturire nel
presente a causa della divisione ecclesiastica, ma è la violenza
usata come metodo di governo in un passato recentissimo. Quella stessa
violenza invece, nel Vat gr. 1650 è attuale e presente. Il
bersaglio polemico principale di Bartolomeo, sciolto da collegamenti
col nuovo entourage papale, era dunque il pontificato di Gregorio VI,
che cumulava nelle libere parole dell'igumeno pesantissime imputazioni:
razionalismo, violenza, carnalità, “manicheismo”. La
proclamazione delle fede sembrava modificata, e in peggio, e ciò
suscitava la condanna senza appello contenuta nella chiusa ai testi del
Vat. gr. 1650: Dato che è
soggetto all'anatema colui che modifica il Vangelo che ha ricevuto (cfr. Gal. 1,9), e poiché vediamo oggi nella Chiesa
romana dottrine contrarie alla parola del Signore ed alla tradizione
apostolica, è chiaro che esse non sfuggono all'anatema apostolico.
Questi ultimi testi fanno sorgere la domanda sul rapporto di Bartolomeo
con la Chiesa di Roma. Le pagine a nostra disposizione danno una
risposta complessa: Bartolomeo aveva grande venerazione sia per la
città di Roma che per la Chiesa romana. Abbiamo due elogi
altissimi: La
grande città di
Roma, dove la Gerusalemme celeste,
la grande Chiesa, è stata fondata .... Roma
ha ricevuto da
Dio
come
talento il potere di far rispettare la giurisdizione del sacerdozio stesso e
quella del regno ... ,
che non contraddicono
a nostro parere
le dure condanne che abbiamo sopra riportato e la realistica
descrizione dei problemi che vedremo più avanti. Come per
tutte
le idealità storico-spirituali, anche quella di Roma
comporta
una dialettica con il reale, dialettica che può arrivare,
come
nel caso della Roma della metà dell'XI secolo, alla
contrapposizione e alla scissione:
ma
questo officio lo seppellisce tra i
desideri
passionali, come il malvagio servo il suo talento. Ma l'apostolo dice:
"Nessuno ricerchi il suo vantaggio, ma quello dell'altro. Ha detto
anche il Signore: “Nessuno ha maggiore amor di questo."
(Giov.
15, 13) . E' una
distinzione
diversa da quella tra sede e sedente, non presente in Bartolomeo: in
questa distinzione tra la Roma ideale e quella reale si può
arrivare a definire eretica la Chiesa romana proprio perché
la
si ama, perché si spera nel suo ravvedimento. Se il
ravvedimento
non avviene, la realtà non corrisponde più
all'ideale,
anzi gli diventa contrapposta, privandosi in questo caso del talento
divino che aveva ricevuto.
E'
degno di nota che Bartolomeo usi nei confronti della Chiesa e dei
cittadini romani del suo tempo un aggettivo non greco, segno che
riteneva di trovarsi di fronte a delle realtà nuove,
inesprimibili con gli aggettivi greci
ῥωμαῖος e
ῥωμαϊκός
,
per le quali non poteva essere
utilizzato altro che la parola crudamente latino-romanza
romános:
Ἐὰν δὲ
λέγωσι οἱ
Ῥωμάνοι
ὅτι δεῖ
τοὺς
ἀντίπαλους
τοῦ
δικαίου
μετὰ
δυναστείας
κοσμικῆς
τροποῦσθαι,
τὶ
ἔχεις καὶ
πῶς
αὐτοῖς
ἀποκριθῆναι
;
Non bastando
questa differenziazione lessicale, egli arriva a parlare di "nuovi
romani", diversi da quelli della Roma dei martiri e dei padri: ἀλλ’
οἱ νέοι
Ῥωμάνοι
οὕτω
κακῶς
ἐβουλεύσαντο,
ὅτι
ἀθετίσαντες
τὸν ἴδιον
ἄνδρα,
οἷον τὸν
πνευματικὸν
καὶ
φυσικὸν
νόμον,
ἠγνόησαν
καὶ τὸν
ἴδιον
βασιλέα
καὶ
εὗρον
αὑτοῖς
ἀντὶ
ἐννόμου
ἀνδρὸς
μοιχόν.
ὥσπερ γὰρ
εἷς Θεὸς
ἐστὶ τῶν
χριστιανῶν,
οὕτω καὶ
εἷς
βασιλεύς.
Ἐὰν
τοίνυν
θέλετε
κερδῆσαι
Θεὸν καὶ τὰ
τοῦ
Θεοῦ,
φύγετε
τὸ<ν>
μοιχικὸν
βασιλέα
καὶ
στραφῆτε
εἰς τὸν
νόμιμον
ἄνδρα καὶ
ζήσετε
καὶ
βασιλεύσατε
. Qualche decennio
dopo invece,
riconciliato con la nuova realtà, l'autore del suo Bios
tornava
ad adoperare nei suoi confronti l'aggettivo Ῥωμαῖωv
ἐκκλησία.
I
cristiani di Roma erano dunque
ὀρφανοὶ
καὶ
ἀκέφαλοι
, preda di vescovi in
lotta fra loro,
adulteri e apostati. Di fronte
a questa tragedia spirituale, il testo
di Bartolomeo sperava che la parte sana dei Romani riprendesse in mano
le sorti della sua Chiesa, dando evidentemente una diversa
interpretazione al principio che dice prima
sedes a nemine iudicatur.
Le
pagine di cui ci occupiamo furono scritte da Bartolomeo per uso
personale: annotazioni sparse, difficili da leggere, con abbreviazioni
irregolari e variabili ed uno stile discontinuo e ripetitivo. La
consapevolezza della loro esistenza dipendeva esclusivamente
dall’entità degli accessi al supporto pubblico (il
manoscritto),
al quale esse erano state affidate. Anche se i lettori contemporanei di
Bartolomeo che presero in mano quei codici fossero stati pochi e non in
grado o non interessati a individuare l’autore di quelle
note, la
comunità criptense ugualmente non dovette essere all'oscuro
di
come la pensasse l'igumeno che continuò a guidarla fino alla
morte. Ma col passare del tempo il loro contenuto dovette diventare
molto imbarazzante in un contesto romano-cattolico sempre
più
definito. L’oblio completo nei loro confronti fu una
soluzione
realistica, coerente conclusione di una strategia di
“trattamento”
della figura del vecchio igumeno iniziata col suo Bios,
che non rende
giustizia alla sua grande figura e alla sua lunga vita. Infatti, esso
è di una tale brevità e di un profilo talmente
basso, che
sembra essere il frutto di parecchie omissioni. Tali rimaneggiamenti
produssero il risultato che le generazioni più lontane
avrebbero
potuto solamente intuire dai documenti superstiti quella sua leonina
vigoria d'animo, di cui
ancora nel XIII secolo la tradizione del
monastero riusciva a serbare il ricordo.
_________________________
Giovanni di Rossano,
Λόγος
σμικρότατος,
in
“S. Bartolomeo
Juniore cofondatore di Grottaferrata”, ed. G. Giovanelli,
Grottaferrata
1962, 129. Riprende un elemento presente nel
Bίος
καὶ
πολιτεία
τοῦ
ὁσίου
πατρὸς ἡμῶν
Βαρθολομαίου
τοῦ νέου
τῆς
Κρυπτοφέρρη (ibid., 39, par. 17), che parlava
più
vagamente di abilità di scrittura: Scriveva infatti,
l’uomo
mirabile, con venustà, anche quando componeva, e
così
correttamente da non dare occasione alcuna di critica ai periti in
questa materia. Ben più precisa e reale la descrizione
dell’attività di copista di Nilo nel
Bίος
καὶ
πολιτεία
τοῦ ὁσίου
πατρὸς ἡμῶν
Νείλου
τοῦ
νέου,
ed. G. Giovanelli, Grottaferrata
1972,
par. 15., 63
vd. A. Rocchi, De coenobio
Cryptoferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim graecis
commentarii, Grottaferrata
1883,
21.
C. Giannelli, Reliquie dell’attività
“letteraria” di uno
scrittore italo-greco, in “Studi bizantini e
neoellenici”,
VII, 1953,
93-119. Le citazioni italiane degli scholia
editi dal Giannelli avranno
come riferimento questa edizione.
vd. S. Lucà, scheda n° 7, in P. Canart -
S.
Lucà, Codici greci dell’Italia meridionale,
Grottaferrata
2000,
46-47.
Paris Coislin Gr. 213
ff. 107-108, ed. M. Arranz,
L’eucologio
costantinopolitano agli inizi del secolo XI, Roma 1996, 380-382.
Il
fatto che tale particolarità linguistica sia presente nel
codice
in modo esclusivo nelle rubriche riguardanti
l’amministrazione
dell’euchelaion induce a
pensare che essa dipenda da una
totale
fedeltà anche linguistica alla fonte liturgica utilizzata
per
questo rito. L’unicità di questa serie di rubriche
dell’euchelaion tra i codici a
noi pervenuti può
far
ipotizzare
una già antica difficoltà di reperimento e che
Strategios, il committente del Coislin
213, abbia fatto ricorso ad una
fonte provinciale italogreca, che rispecchiava la stessa
particolarità linguistica del nostro scoliasta.
C. Giannelli, art. cit., 160.
F. Quaranta, Gli scoli
antilatini del cod. Vat. gr. 1650.
Un'ipotesi d'attribuzione, in “Folium”, I.0, 1998,
22-30.
S. Lucà, Stilizzazioni
librarie italogreche tra
XI e XII
secolo, in “XX Congrès international des
études
byzantines (Collège de France-Sorbonne, 19-25 août
2001),
Pré-Actes, II. Tables Rondes”, Paris 2001, 281. Da
un’approfondita lettura dei nostri testi, comunque, non
emergono
critiche a costumanze liturgiche, ma al celibato, che è
materia
di diritto ecclesiastico e di teologia morale. Precedentemente lo
scoliasta era stato
definito un monaco criptense vissuto
durante l’igumenato di
Nicola
(1085-1122): S. Lucà, scheda cit., 47.
f. 1v, l. 22:
Γνῶθι
δὲ
ὅτι
δεξιὰ
νοοῦνται
οἱ
τοῦ
Γρ(ατζιανοῦ),
ἀριστερὰ
δὲ οἱ
τοῦ
Κλήμεντος
, .... οἱ νῦν
λεγόμενοι
πατριάρχαι
....
f. 1v, l. 18:
Tempore Gregorii papae qui Gratianus dicebatur ... P. Damiani, Ep. 110, ed. K.
Reidel,
MGH Die
Briefe des Petrus Damiani, München 1989, vol. III, 241. Secondo G. Marchetti-Longhi, Ricerche sulla famiglia di
Gregorio
VII, in “Studi gregoriani” II, 1947, 325-326, la famiglia di
Graziano sarebbe stata un
ramo dei Tuscolani imparentato con gli Ildebrandi-Stefaneschi, cui
appartenne Gregorio VII.
vd. G. Borino, “Invitus ultra montes cum domno
papa
Gregorio
abii”, in “Studi gregoriani”, I 1947,
3-46.
vd. P. Engelbert, Heinrich III. und die Synoden von Sutri
und
Rom im Dezember 1046, in “Römische Quartalschrift
94,
1999”, 249.
Canone, in S. Bartolomeo ... op. cit., 91. Questi versi
creano
qualche imbarazzo nel commentatore, ardente sostenitore della
storicità del Bios:
ibidem, 104 n.1.
f. 1r, ll. 2-6: Μάρτυρα
ἐπικαλοῦμαι
τὸν
Κύριόν
μου
Ἰησοῦν
Χριστὸν
καὶ Θεὸν
ἡμῶν ἐπὶ τὴν
ἐμὴν ψυχὴν
ὅτι
πιστὸς
δοῦλος
ἦλθα
τῇ ἁγίᾳ αὐτοῦ
ἐκκλησίᾳ,
ἥτις
ἐστὶ νύμφη
αὐτοῦ
ἠγαπημένη
καὶ
πάντων τῶν
χριστιανῶν
μήτηρ. καὶ
διὰ
τοῦτο
ἦλθα ἵνα
τὰ δίκαια
αὐτῆς
ἐκδικήσω ἃ
ἥρπασεν
πολλῶν
πονηρῶν
ἀνθρώπων
πλεονεκτικὴ
γνώμη.
πολλοὶ
εἰσὶν οἱ
μαρτυροῦντές
μου τῇ
σπουδῇ
ταύτῃ καὶ
ἐνταῦθα
καὶ ἐν
Κωνσταντίνου
πόλει.
II Cor. 5,20.
cf. K. J. Herrmann, Das
Tuskulaner Papsttum (1012-1046),
Stuttgart 1973, 63-68.
f. 1r, ll. 33-37:
Εἰ
δὲ
ἀλλήλους
ἐλέγχωσιν
καὶ
οὐκ ἔστιν
δίχα
μώμου ἐξ
αὐτῶν οὐδὲ
εἷς,
ἀλλὰ
φιλοδοξίας
ἕνεκα
μάχονται
πρὸς τὴν
καθέδραν
τὴν
ἀποστολικήν,
δότωσαν
τόπον
καὶ
εὑρεθείτω
ἄλλος
εἰρηνοποιός,
ὃς οὐκ
ἔστιν
ἐχθρὸς
οὐδενὸς
μέρους,
ἀλλὰ
φίλος
εὔσπλαγχνος.
καὶ
τεθείτω
κοινὸς
πατήρ,
ἵνα
εἰρηνεύσῃ
τὰ
μαχόμενα
μέρη,
ἐπεὶ οὐ
καταδέχεται
ἒν μέρος
ὐποταγῆναι
τῷ
ἑτέρῳ. ὃ καὶ
μᾶλλόν
μοι
δοκεῖ
ἀναγκαῖον
σήμερον
εἶναι
.
f. 1v, ll. 24-25:
σὺ
ἀπῆλθες
εἰς
Ἱερoσόλυμα,
εἷδες
πολὺ[ν]
μέρος τοῦ
κόσμου ....
.
cf. T. di Carpegna Falconieri, Il clero di Roma nel medioevo.
Istituzioni e politica cittadina (sec. VIII-XIII). Roma 2002, 179.
Bonizo, Liber ad amicus, MGH, Libelli de lite I, ed. E.
Müller, Hannover 1891, 589, testimonia che Giovanni Graziano
rimase a Roma, dopo la sua deposizione, dal gennaio al marzo del 1047.
Solamente dopo fu esiliato in Germania, quando l'imperatore
lasciò definitivamente l'Urbe: …imperator Henricus patriam
remeavit, ducens secum venerabilem Iohannem. Ugualmente la Chronica
Monasterii Casinensis: ultra montes exinde est reversus Gregorium secum
asportans. ed. H. Hoffmann, Hannover 1980, 323.
Enrico III nel gennaio del 1047 aveva rimandato in Germania la
maggior parte delle truppe, mentre lui stesso lasciò Roma
alla fine di marzo, per celebrare la Pasqua a Mantova il 19 aprile
(Hermanni Aug. Chronicon, MGH, SS, V, Hannover 1844, 126-127).
La città di Troia, fondata dal catapano Bojannes
vicino
l’odierna Foggia, aveva resistito vittoriosamente per tre
mesi
all’assedio dell’imperatore Enrico II e di papa
Benedetto
VIII nel
1022. Benevento invece respinse le truppe di Enrico III proprio nel
febbraio-marzo del 1047.
cf. O. Capitani, Benedetto IX, in “Enciclopedia dei Papi”, Roma 2000,
vol. 2, 142. Non appare scontato, inoltre, che la risposta di
Bartolomeo dovesse essere per le dimissioni.
Il tuscolano Benedetto IX, ritornò ad essere papa nel novembre
del 1047. E’ verosimile che l’abbazia riconoscesse un papa diverso da
lui? Non solo per ragioni di soggezione politica ai conti di Tuscolo,
ma anche e soprattutto per ragioni di legittimità. Nel momento
in cui fu chiaro che Gregorio VI, deportato in Germania, dopo il suo
effimero tentativo di invalidare la deposizione di Sutri, non avrebbe
più esercitato il suo ministero, rifiutandosi la corte tedesca
di reinsediarlo dopo la morte repentina di Clemente II, Benedetto IX
richiese il consenso dei Romani per ritornare sul soglio pontificio. Lo
ottenne con un mese di “campagna elettorale”, senza alcuna violenza,
contrariamente alle falsificazioni degli Annales Romani, opera di un
esponente della minoranza filotedesca, la quale non si rassegnò
alla sconfitta e mandò subito una delegazione in Germania a
chiedere aiuto (Le Liber Pontificalis, ed. cit., II, 332. vd. K. J.
Herrmann, op. cit., 161). Pur con tutte le sue carenze personali,
Benedetto IX era l’espressione della volontà autonoma della
Chiesa romana e quindi della canonicità ecclesiastica. Inoltre,
egli non sosteneva nessuna delle innovazioni teologico-disciplinari che
tanto dispiacevano all’animus ortodosso di Bartolomeo. Ritengo dunque
che, essendo in vita Benedetto IX e Bartolomeo, della cui morte
non conosciamo la data (può oscillare tra lo stesso 1047 e il
tradizionale 1055), il monastero greco di Grottaferrata non riconobbe i
papi riformatori Damaso II e Leone IX, ma sostenne il pontefice
tuscolano, la cui frequentazione del monastero dovette in seguito
richiedere delle leggende giustificatrici, come quella della sua
monacazione, vd. F. Halkin, L'abdication de Benoit IX
(Théophylacte de Tusculum) et sa fin édifiante parmi les
moines grecs de Grottaferrata, in “Atti del Convegno Internazionale sul
tema: L'Oriente Cristiano nella storia della Civiltà”. Roma 31
marzo - 3 aprile; Firenze 4 aprile 1963 (Accademia Nazionale dei
Lincei. Problemi attuali di scienza e di cultura 62), Roma 1964,
131-138.
vd. J. M. Sansterre, Les coryphées des apôtres,
Rome et la papauté dans les vies des saints Nil et
Barthélemy de Grottaferrata, in “Byzantion” 55, t. LV (1985),
539.
f. 141v, ll. 32-37:
ἡ
κατὰ
Θεὸν
ζωὴ
σταύρωσις
ἐστὶ τοῦ
κόσμου
καὶ
θάνατος,
καὶ ἡ
κατὰ
κόσμον
ζωὴ
θάνατος
ἐστὶ ἐν
Θεῷ. καὶ οἱ
λαϊκοὶ
οὐκ
ἄλλως πῶς
ἐλπίζωσι
ζῆσαι,
εἰ μὴ
δι᾿αὐτῶν
ζώντων
ἀπαρχῶν καὶ
δεκάτων,
ἤτοι τῶν
κληρικῶν
καὶ
μοναχῶν;
εἰ δὲ αἱ
δοκοῦσαι
εἶναι
ἀπαρχαὶ
εἰς Θεὸν
ὑπὲρ τοῦ
κόσμου,
πάλιν τῷ
κόσμῳ
δουλεύωσιν
δῆλον
ἐστὶν ὡς
ψευδεῖς
εἰσὶν
ἱερεῖς
ἠμιθανεῖς
...
f. 1v, l. 35.
f. 1v, n. 6 margine sinistro esterno:
οἱ
δὲ
ἱερεῖς τὸν
οἶκον τοῦ
Θεοῦ
ἐκδικήτωσαν
μετὰ τῶν
ὅπλων τοῦ
Θεοῦ... .
f.
141r, ll. 20-22:
Νῦν
δὲ παρὰ
τὴν
παράδοσιν
τοῦ
Κυρίου
καὶ τῶν
αὐτοῦ
μαθητῶν
ἔχομεν
εὐαγγελιστὰς
ὁπλοφόρους
ὅπλα
περιφέροντας
σαρκῖνα
καὶ
μαθητὰς
ἀνθρωποκτόνους
καὶ τέκνα
οὐχὶ
εὐλογίας
ἀλλὰ τοῦ
ἀναθέματος....
Sinodo di Reims del 1049, in Mansi, Conciliorum amplissima
collectio 19, col. 737; vd. anche Vita Radbodi ep. Traiectensis, ed.
Holder-Egger, MGH SS 15,1 c.9, 571b.
P. Damiani, Ep. Ad Gregorium papam, ed. cit., München 1983, vol.
I, 142 - 145.
Ildebrando di Soana sarebbe diventato monaco benedettino in
quel
convento cluniacense (anche se giuridicamente autonomo) prima del 1046.
cf. H.E. J. Cowdrey, Popes and Church reform in the 11th century,
London 2000, 2.
cf. H. E .J. Cowdrey: The Cluniacs and the
Gregorian
reform, Oxford 1970, 15-43 e 67-75.. G. M. Cantarella, I monaci di
Cluny, Torino 1993, 101-102.
Vat. gr. 1650, ed.
cit, p. 167, ll. 28-30.
ibidem, p. 166, l. 7.
cf. G. Cracco, Riforma ed
eresia, in “Le
istituzioni
ecclesiastiche della civitas christiana dei secc. XI e XII”,
Milano
1974, 352.
f. 2r, ll. 52-53: ...
οἱ
ἀρχιερεῖς
πνευματικοὶ
καὶ
κοσμικοὶ
εἶναι
ἄρχοντες
καὶ
κριταί ...
ἀδύνατον...
Vat. gr. 1650, ed. cit, p.167, ll. 3-7.
f. 141r, ll. 8-11:
ἵνα
ὀρθωθῇ ἡ
ἱερωσύνη
καὶ
καθαρισθῇ
ἀπὸ τῶν
πραγμάτων
τῶν
παραχαρασσόντων
αὐτῆς τὴν
εἰκόνα
καὶ τὴν
ἀκρίβειαν,
καὶ
ἵνα ἀπολάβῃ ἡ
ἐκκλησία
τοὺς
ἰδίους
ὄρους
καὶ τὰ
μέτρα ἃ αὐτῇ ὁ
Κύριος
ἐτύπωσεν.
Per L. Duchesne – C. Vogel, Liber
Pontificalis,
vol.3 p.
133, il
racconto di Guglielmo è leggenda, ispirata forse ad
avvenimenti
della vita di Leone IX e di Gregorio VII, ibidem, vol. II, 272 n.13 e
368 n.2; A. Sennis, Gregorio VI,
in “Dizionario biografico degli
Italiani”, vol. 59, 144 – 146, Roma 2002 tace
questa
fonte e G.B. Borino, art.cit.,
la svaluta.
Guglielmo di Malmesbury, De
gestis regum Anglorum, ed. G.
Weitz, MGH Scriptores X, Hannover 1852, II§ 201,
p.469.
Liber
Pontificalis, t.
II, ed. L. Duchesne, Paris 1958. (1955),
274.
Guglielmo di Malmesbury, op.
cit., 471.
Πᾶν
πράγμα διὰ
Θεὸν
γινόμενον
καλὸν καὶ
οὐδὲν
ἀπόβλητον,
οὐδ᾽
αὐτὸ τὸ
φονεῦϲαι, ὡϲ
ὁ
Φινεὲϲ
καὶ ὁ
Ϲαμουὴλ
ἔδειξαν.
Bίος
καὶ
πολιτεία
.... , ed. cit., par.
77, p. 116. Anche
Bartolomeo nei suoi inni cita Finees: Possedesti la mitezza di
Mosé e Davide, la fede di Abramo, lo zelo di Finees ed Elia,
“Canone ai Ss. Giovanni e Nilo”, in “Gli
inni sacri
di S. Bartolomeo
Juniore”, ed. G. Giovanelli, Grottaferrata 1955, p. 35.
E’
probabile
che la stima verso quel personaggio gli venisse non dal truce passo di
Numeri, ma dalle più
serene menzioni di Sal 106,
28-31 e Sir
45,
23-26.
Le decisive obiezioni di E. Follieri all’attribuzione a Bartolomeo
della Vita Nili sono
riportate da A. Luzzi: La vita di san Nilo di Rossano tra genere
letterario e biografia storica, in “Les Vies des Saints à
Byzance. Genre littéraire ou biographie historique? Actes du II
Colloque international philologique «EPMHNEIA»”, Paris,
6-7-8 juin 2002, organisé par l’E.H.S.S. et l’Université
de Cypre sous la direction de P. Odorico et P. A. Agapitos, Paris, 179
- 180.
vd. G. Minois, La Chiesa e la guerra. Dalla Bibbia all'era
atomica. Bari 2003, 84-91
Canone ai 40 Martiri,
in Gli inni sacri, ed.cit.,
167.
T. Kolbaba, The Byzantine
Lists. Errors of the Latins,
Chicago
2000, 48-51.
Michele Cerulario, ad Petrum
patriarcham Antiochiae, PG.
120,
793-794.
Критическіе
Опыты ...,
Opuscolo V°, ed. A. Pavlov, Sankt-Peterburg 1878, par. 10,
p. 152.
Anna Comnena, Alexias,
ed. D. Reinsch - A. Kambylis, vol. I,
Berlino 2001, l.I, c. XIII, 51-55.
Balsamon, In canones ...
Commentarium, PG 138, col.
877A: Se
qualcuno infatti ha tolto la vita involontariamente ad un uomo, non
potrà ottenere il sacerdozio, e da esso sarà
allontanato
se si è macchiato causando la morte.
Can. Ap. 83, Episcopum aut
presbyterum aut diaconum militiis
perseverantem adque agere ambo volentes, optinere romanum principatum
et sacerdotalem gubernare, degradare oportet; “quae enim sunt
caesaris
caesari, quae sunt dei deo”.
ed. P. Johannou, Discipline
Générale Antique, Fonti,
fascicolo IX, t. I, 2,
Roma
1962, t.I, 1. 50; cf. i cann. 7 di Calcedonia, 11 del
Primo/secondo concilio di Costantinopoli dell’861 e
l’81°
apostolico. Balsamon e Zonara affermano che i canoni in questione si
riferirebbero all’approvvigionamento e al reclutamento, dato
che
una
condanna del combattimento sarebbe stata un’inutile
ovvietà:
Commentarium
... op. cit.,
P.G. 137, col. 208B-209B.
f. 2r, ll. 37-45:
ἐν
ᾧ γὰρ
ὁρῶμεν
τοὺς
ἀρχιερεῖς
κοσμικὰ
ὅπλα
καὶ
στρατιώτας
ἔχοντας,
κοσμικὰς
ἀρχὰς
αὐτοὺς
νοῶμεν,
οὐ
πνευματικάς.
καὶ ἐὰν
καλὸν
ἐστὶν
τοὺς
ἀρχιερεῖς
κοσμικὰ
ἔχειν
ὅπλα,
διατὶ οὐκ
ἔχωσι καὶ
σαρκίνας
γυναῖκας;
ἐγὼ λέγω ὡς
δοκῶ
ὅτι ἧττον
ἀμάρτημα
ἐστὶν
ἀρχιερέα
ἔχειν
σαρκίνην
γυναῖκα ἢ
σαρκῖνα
ὅπλα.
Διατὶ; ὅτι
γυναῖκα
ἔχων
πληθύνει
τὸ
γένος τῶν
ἀνθρώπων, ἵν´
εἴπω
τι καὶ
γελοῖον,
ὁ δὲ
ὅπλα ἔχων,
ἐλαττοῖ τὸ
γένος.
Καὶ πάλιν‧ ὁ
Θεὸς
ἄνθρωπον
μὲν
ἐποίησεν,
θάνατον
δὲ οὐκ
ἐποίησεν.
καὶ
φαίνεται
ὅτι
ἐπιθυμία
καὶ
θυμὸς
ἐναντία
εἰσίν,
ὥσπερ
ἐναντία
εἰσὶ
Θεὸς
καὶ
Βελίαρ.
καὶ
ἐπιθυμῶν
μὲν
ἄνθρωπος
γυναῖκα
ὁδὸν
ζητεῖ
πολυανθρωπίας,
ἵνα
πληθυνθῇ
ὁ
ἄνθρωπος
μόνον
μετὰ
δικαίου,
θυμούμενος
δὲ ῥίζαν
φαίνεται
ἐν
ἑαυτῷ
ἔχειν
θανάτου.
ἀρχὴ γὰρ
θανάτου
καὶ
ὁδὸς
θυμός...
f. 1v. l. 47:
φύσις
ἄδικος
οὐχ
εὐρίσκεται,
εἰ
μὴ
καταχρηστικὸς
ῥηθείη.
vd. P. Damiani, Contra
intemperantes clericos dissertatio secunda (= A Cuniperto di
Torino), ed. cit., 1989, vol. III, 280-281: In
plenaria plane synodo
sanctae memoriae Leo papa
constituit, ut quaecumque damnabiles feminae intra Romana moenia
reperirentur presbyteris prostitutae, extunc et deinceps Lateranensi
palatio adiudicarentur ancillae. Quod videlicet salutare statutum
… nos
etiam per omnes ecclesias propagandum esse decernimus, quatinus
percepto prius
apostolicae sedis edicto, unusquisque episcopus ecclesiae suae vendicet
famulas, quas in sua parroechia deprehenderit sacrilega presbyteris
ammixtione substratas: aequitatis scilicet iure, ut quae sacris
altaribus rapuisse servorum dei convincuntur obsequium, ipsae hoc
saltim episcopo per diminuti capitis sui suppleant famulatum.
Secondo T. Falconieri, Il matrimonio e il concubinato presso il clero
romano (secoli VIII-XII), in "Studi Storici" 41/4 2000, 967, il sinodo
in questione sarebbe stato quello del 1049, che suscitò la
grande rivolta del clero romano citata da P. Damiani, Liber Gratissimus
(= Ep. a Enrico di Ravenna), ed. cit. 1983, vol. I, 499. Lo stesso
editore ritiene possibile datarlo anche al secondo sinodo, quello del
1050. Nel Migne, Patrologia Latina vol. 143, col. 520 e nel Mansi,
Conciliorum amplissima collectio ... vol. 19, coll. 796-798, il sinodo
viene datato al 1051. Il fatto che Bartolomeo non rilevi una
degenerazione concubinaria sembra contraddire i risultati dello stesso
T. di Carpegna Falconieri, art. cit., 958-960, che indicano la
sostituzione dalla seconda metà del X secolo, del matrimonio
degli ordini maggiori tra il clero romano con un concubinato
monogamico, socialmente e psicologicamente identico al matrimonio. Se
questo cambiamento, resosi necessario per chi voleva esercitare il
diritto di avere una famiglia, a causa della graduale diffusione di
principi celibatari di origine ultramontana, non viene registrato da
Bartolomeo come sostanziale, ciò può spiegarsi con la
diversa teologia sacramentale bizantina: per essa la pratica di un rito
privato di benedizione della coppia "concubinaria" da parte di un
sacerdote, era un vero sacramento, al contrario della teologia romana
di tipo contrattualistico, che richiedeva per la validità di un
matrimonio la pubblica ratifica del consenso reciproco degli sposi, al
di fuori del contesto rituale. Cf. F. Quaranta, In difesa dei matrimoni
greci e del mattutino pasquale. Un testo pugliese inedito del XIII
secolo, "Studi sull'Oriente Cristiano" 5 (2) 2001, 92-93.
Questi scoli contraddicono l’interpretazione di un
Bartolomeo
esaltatore a senso unico della verginità che G. Giovanelli
ricava dai suoi inni: Gli inni
sacri... op. cit., 13-14. Da una lettura
attenta non la verginità in particolare è cantata
dall’autore, quanto la lotta vittoriosa e il distacco
interiore.
Le
lodi che il nostro asceta tesseva di Maria, delle martiri vergini o
della vita monastica non comportavano la convinzione che quella fosse
la strada maestra per la gran parte dei Cristiani.
Vat. gr. 1650, ed.
cit, p. 171, ll. 37-38 e p. 172, e p.
172, l.
1.
ibidem, p. 169, l. 10.
ibidem, p. 170, ll. 25-27.
vd. Vat. gr. 1650, ed.
cit, p. 169, ll. 10-36, p. 170, l. 1.
Vat. gr. 1650, ed.
cit, p.171, ll. 14-16, 21-24.
P. Damiani, Epist. ad
Oldericum,
ed. cit., München
1988, vol.
II, 514 - 515; cf. Epist. ad
Alexandrum papam, ibidem,
München
1989,
vol. III, 51 - 52.
Vat. gr. 1650, ed.
cit., ll. 28-31.
Crypt. E. β’. VII, ed.
cit., 154.
f. 1r, n. 1 margine esterno destro: ἡ
Ῥώμη
ὥσπε<ρ>
τάλαντον
ἔλαβεν ἐκ
Θεοῦ
τὴν ἰσχὺν ἵνα
ἐκδικάζῃ
αὐτῆς
<τῆς>
ἱεροσύνης
καὶ
βασιλείας
τὸν
καν<όνα>
ibidem: ἀλλὰ
ταύτην τὴν
πραγματείαν
καταχωννύει
εἰς τὰς
ἐμπαθεῖς
ἐπιθυμίας
ὡς ὁ
πονηρὸς
ἐκεῖνος
δοῦλος
τὸ
τάλαντον.
ἀλλ᾿ὁ
ἀπόστολος
λέγει
“μηδεὶς
τὸ
ἑαυτοῦ
ζητείτω,
ἀλλὰ τὸ
τοῦ
ἑτέρου” (I Cor. 10,24).
Εἶ<πε>
καὶ ὁ
Κύριος “
μείζονα
ταύτης
ἀγάπην
οὐδεὶς
ἔχει”
f. 1v, ll. 32-33: E se i romani dicono che bisogna vincere
gli
avversari del diritto con la forza mondana, che cosa e come hai da
rispondergli?
f. 1v. ll. 26-30: Ma i nuovi romani, in tal modo, male
deliberarono perché ripudiando il proprio marito, in quanto
legge spirituale e naturale, disconobbero anche il loro imperatore e si
diedero al posto del marito legittimo un adultero; come infatti vi
è un solo Dio per i cristiani, allo stesso modo vi
è un
solo imperatore. Se dunque volete guadagnarvi Dio e i suoi beni,
fuggite l'imperatore adultero e volgetevi al legittimo marito e vivete
e regnate ...
cf. f. 2r n.2, margine esterno destro.
Giovanni di Rossano, versi giambici, in S. Bartolomeo
Juniore...
op. cit., 18.